L' OPERA A CURA DI G. TOURN

a cura di G. Tourn

Ricordando, a 20 anni dalla morte, Arturo Pascal non si può che riprendere le espressioni con cui Augusto Armand Hugon, allora presidente della Società di Studi Valdesi, ne dava I'annuncio sul Bollettino, n.122. Non si può cioè far altro che rievocare la linearità di una esistenza votata interamente allo studio con una coerenza ed un rigore che sembrano impossibili nel tempo presente. 

Dagli anni dell'universita alla ancor operosa vecchiaia tutto si concatena senza una frattura, una crisi, uno sbandamento: nè la guerra nè gli impegni pur pressanti della famiglia e della professione sembrano rompere questo sorprendente impegno di studio. Niente divagazioni giornalistico-mondane, niente tavole rotonde, saggi d'occasione, niente convegni o congressi ma il paziente frugare fra i documenti d'archivio ed il copiare, collezionare, schedare carte, elenchi, lettere, minute.

Storico di stampo ottocentesco formato dallo storicismo, il Pascal è come tutti gli storici della sua generazione, interessato essenzialmente alla collaborazione di dati nella convinzione che fare storia significhi anzitutto allineare in ordine coerente e conseguente i dati per delineare nella loro reale portata e natura i fatti: ciò che ripugna più d'ogni altra cosa a uomini come Pascal è l'ideologia o, per dirla con espressione più usuale nel suo campo, la filosofia della storia. Egli certo aveva fatto le sue scelte, aveva il suo riferimento e il campo in cui militare, possedeva precise coordinate entro cui inquadrare i problemi; gli avvenimenfi del 1686, che segnano la morte del popolo valdese, sono per lui assai più che fatti, sono tragedia e quelli dal 1689, cbe aprono le prospettive di una rinascita, sono evento. Non a caso egli li inquadra nella titolazione generale che manterrà nel corso di tutta la ricerca: «gli anni del martirio e della gloria».

Ma i momenti in cui la sua opzione personale traspare con un inciso, un aggettivo, una fuggevole valutazione, sono rari ed appartengono al periodo più vicino alla gioventù, agli anni della prima maturità. Col passare del tempo la sua scrittura si farà sempre più anonima, come se il suo testo non dovesse e potesse essere altro che un modesto strumento connettivo della sterminata documentazione che andava raccogliendo; mentre le prime puntate del suo racconto, negli anni 40, hanno ancora la struttura del capitolo, con titolazione adeguata e schema espositivo, le ultime ne sono ormai prive; stanchezza, difficoltà di tenere in pugno la materia ed ordinarla? Fors'anche ma forse più che questo: raggiungimento del suo metodo ottimale. Ed è proprio in queste pagine senza soffio, senza fantasia, senza «idea» che egli raggiunge, a nostro parere, la più coerente espressione della sua personalità di studioso. Qui egii raggiunge il suo ideale della sovranità assoluta del dato in una storia risucchiata dal quotidiano, frantumata dal lento e monotono scorrere dei giorni, in cui I'avvenimento è dissolto nel grigiore dell'anonimato.

Eppure, per strano e significativo contrasto, il Pascal si è trovato in qualità di presidente della Società di Studi Valdesi in prima linea nel momento di massima ideologizzazione della storia valdese del nostro secolo: le celebrazioni nel 1939, del duecento cinquantesimo anniversario del «Glorioso Rimpatrio». Unitamente agli altri membri del Seggio, Teofilo Pons, Attilio Jalla, Augusto Armand Hugon dovette fornire un avvallo di serietà scientifica a queste celebrazioni con la pubblicazione di saggi ed articoli e I'allestimento del nuovo Museo.

Non è questa la sede per condurre un'analisi dettagliata di questo momento della storia valdese moderna ed in particolare di questo movimentato 1939, ma non si può far a meno di notare come proprio in questa circostanza cosi rischiosa per la forte carica emotiva che conteneva, egli resti fedele a se stesso. La sua presenza è di secondo piano e nel Bollettino Commemorativo della Società, da cui non poteva certo essere assente, lo è con un intervento di ridotte dimensioni, anche se come sempre documentatissimo sullo scontro di Salbertrand, lascia ad altri rievocare I'Anabasi Valdese e le sue tappe gloriose. Fulgido esempio di coraggio e di fede, egli si applica ad un attento confronto delle fonti, ad una analisi minuta della corrispondenza del Losa governatore di Susa.

Non può certo sottrarsi al linguaggio del tempo e la sua penna, sempre così castigata, indugia ad espressioni poco usuali: «il cerchio fatale si stringe attorno agli audaci» e «I'animosa schiera non ha via di scampo. L'ora è tragica, mortale!». «La vittoria di Salbertrand è fulgida ed immortale»... «Ma quante lotte, quanti sacrifici e quanti martiri li aspettavano prima che... tornassero a godere della libertà e della pace».

Inevitabile tributo pagato allo spirito del tempo o naturale contagio dello stile letterario in uso? Si ha comunque la sensazione, leggendolo ora, che egli sia solo parzialmente presente in queste espressioni, ne faccia uso ma che il suo animo vibri a piè di pagina nelle note, nelle segnature dei mazzi dell'Archivio di Stato dove egli sentiva vivere e palpitare la storia della sua gente.

Perchè ricordare I'Arturo Pascal del '39? Perchè egli inizia allora la narrazione ed il riordino di quella gigantesca ricerca sugli anni drammatici 1686-90 in cui impegnerà gli.ultimi 30 anni della vita ed a cui il suo nome resta indissolubilmente legato. Non è ner noi più possibile ricordare quella tragica vicenda di «martirio» e di «gloria», prescindendo della sua ricerca.

Le celebrazioni del terzo centenario del Rimpatrio nei prossimi anni potranno essere rivissute, come nel '39, con emozione, passione, partecipazione e potranno fornire il destro a rievocazioni, discorsi e fors'anche, come allora, esercizi retorici (della retorica nostra, degli anni '90) ma non potremo aggirare o scavalcare le centinaia di pagine che il Pascal ha accumulato nella sua operosa maturità. Fra il 1939 e noi c'è il masso documentario che è legato al suo nome. Si potrà dire diversamente e fors'anche meglio ma non si potra più dire altro.

Nel pubblicare la bibliografia delle opere di Arturo Pascal, a cura della figlia, la Società intende rendere un modesto e sentito omaggio alla memoria del suo presidente nel centenario della nascita e nel ventennio della scomparsa, ma intende altresì riproporre ai giovani, soci e non, la sua lezione di coerenza morale e di impegno.

 
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